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Il Teatro Verdi è stato costruito tra il 1863 e il 1872. La città precedentemente utilizzava come teatro la Chiesa di San Benedetto che, con l’avvento delle leggi napoleoniche e la soppressione del monastero benedettino, era stata sconsacrata ed adibita a teatro “San Gioacchino”, nel periodo murattiano, e in seguito “Real Teatro San Matteo”. Nel 1845, per ordine di re Ferdinando II, il teatro San Matteo fu chiuso e l’edificio, restituito all’Autorità ecclesiastica, fu riaperto al culto. Salerno restò, dunque, senza teatro e per circa un trentennio ebbe solo teatri itineranti. Un primo progetto prevedeva la costruzione del teatro all’interno della città, nei pressi di Piazza Portanova ma, dopo una lunga polemica, prevalse la proposta del sindaco Matteo Luciani che indicava, quale area più adatta, il Largo Santa Teresa. Questa scelta consentiva anche l’urbanizzazione di un’area nuova della città, che si è sviluppata nei decenni successivi, di fronte alla città antica, su un territorio che si affaccia al mare, e dove, dopo l’edificazione del teatro, sono stati costruiti Palazzo Natella (1918), la Camera di Commercio (1927), le Poste Centrali (1934 - 37), il Municipio (1934 - 42). Il progetto e la direzione dei lavori furono affidati agli architetti Antonino D’Amora e Giuseppe Menichini, affiancati da una commissione speciale presieduta dal Sindaco. Il teatro fu strutturato in rapporto al “San Carlo” di Napoli ma con una sala, in proporzione, cinque volte più piccola di quella del teatro napoletano, dal momento che un terzo dello stabile è occupato dalla “Casina sociale”. La costruzione dell’edificio fu affidata a Vincenzo Fiorillo, affiancato successivamente da Antonio Avallone e Bonaventura Della Monica. Il rustico fu consegnato al Comune nel 1869 e fu completato nelle decorazioni e nell’arredo per il 1872, quando avvenne l’inaugurazione con l’opera del “Rigoletto” di Giuseppe Verdi. Alcuni decenni dopo, nel 1901, anno della morte di Giuseppe Verdi, i Salernitani gli intitolarono il teatro, nonostante il maestro, invitato all’inaugurazione, avesse disertato la cerimonia. Il teatro è costituito da quattro file di palchi, un loggione, una platea e un palcoscenico al quale si accede da scale separate e porte laterali all’edificio. A livello della terza e quarta fila di palchi l’edificio ospita la “Casina sociale”, sorta come salotto dell’aristocrazia cittadina. I posti a sedere sono 307 in platea e 300 nei palchi. Ogni palco possiede un camerino di servizio ed ogni fila è dotata di quattro sale che affacciano all’esterno. Il teatro nel corso degli anni è stato oggetto di interventi di restauro e trasformazioni determinate da esigenze legate ai tempi e ad eventi naturali. I primi interventi di cui si ha notizia avvennero nel 1903 con il restauro dei palchi e la sostituzione delle sedie imbottite, con sedie “Vienna” ricoperte di velluto finissimo. Nel 1922 fu rinnovato l’arredo della platea e l’impianto di illuminazione a gas fu sostituito da quello elettrico. Durante il secondo conflitto mondiale l’edificio fu occupato dalle truppe alleate, che vi rimasero fino al giugno del 1946 e, a causa dei danni subiti, poté essere riaperto solo nel 1952. Le decorazioni del teatro sono opera di Fortunato D’Agostino e di suo figlio Gaetano; essi furono affiancati da una lunga schiera d’artisti salernitani e da importanti firme del mondo artistico partenopeo. Pregevoli sono i medaglioni sui parapetti dei palchi della terza fila che accolgono figure di musicisti, artisti e poeti (Bellini, Cimarosa, Pergolesi, Goldoni, Rossini, Donizetti, Alfieri, Tasso, Dante, Michelangelo, Raffaello, Giotto, Leonardo, Andrea Sabatini, Cellini, Salvator Rosa, Giuseppe Verdi). Lo stile eclettico delle decorazioni riesce a cogliere e ad amalgamare gli elementi più belli del Classicismo, del Rinascimento, del Barocco e del Manierismo. Eleganza e raffinatezza esprimono le decorazioni dell’arco che separa il palcoscenico dalla platea, nonché i festoni in stucco e oro che ornano i palchi e che rappresentano un antico richiamo alle decorazioni dei sarcofagi greco-romani. Salerno, restando al passo con i tempi, dedicò il plafon del teatro a Rossini, che era morto in Francia proprio quando incominciavano le decorazioni del teatro e che aveva avuto una grande influenza sulla realtà culturale napoletana e campana. Proprio durante il suo soggiorno a Napoli (1815 - 1822), Rossini aveva, infatti, scritto per il “San Carlo” le opere che sono state raffigurate da Di Criscito. Il plafon, apprezzato da molti, fu invece criticato dall’architetto dell’epoca, Francesco Saverio Malpica, il quale assumendo posizioni moralistiche, biasimò la “tanta nudità mal celata”. Di notevole pregio è lo splendido sipario, progettato, disegnato e realizzato da Domenico Morelli; le decorazioni della cornice sono d’Ignazio Pericci e le figure di Giuseppe SciutiIl grande arazzo (121 mq di tela), definito il più bello esistente in Italia, fu eseguito all’Accademia delle Belle Arti di Napoli e fu esposto nella Cappella del Palazzo Reale di Napoli. I disegni e i bozzetti realizzati dal Morelli sono conservati nella Galleria Nazionale d’Arte di Roma. Il sipario, decorato con polvere d’oro, raffigura “La cacciata dei Saraceni da Salerno” e celebra l’apoteosi della città attraverso l’esaltazione di un episodio glorioso e di un’animosa resistenza dei Salernitani guidati dal principe longobardo Guaiferio. Durante la seconda guerra mondiale, con l’occupazione americana del teatro, il sipario fu smontato da due vecchie custodi, aiutate dalla gente della città e fu conservato e salvato da possibili scempi e distruzioni. Nell’ingresso è un peristilio sorretto da colonne a finto marmo, al cui centro è collocata una scultura in bronzo, opera del sarnese Giovanni Battista Amendola, che raffigura Pergolesi morente, e la cui funzione simbolica è quella di introdurre lo spettatore nel tempio della musica. Il teatro municipale di Salerno, nato come tempio della lirica, ha ospitato anche compagnie di prosa di un certo livello, come i fratelli De Filippo, Gassman, Proclemer, Albertazzi. Qui mosse i primi passi il grande Enrico Caruso. |





